Prima e dopo la Milano Design Week 2019: mostra “Tanto di cappello”

1 CAPPPELLI2 CAPPPELLI3 CAPPPELLI4 CAPPPELLI5 CAPPELLI7 CAPPELLI1a Alfonso GrassiA Milano, la Casa Museo Boschi di Stefano ospita negli spazi del Museo e della ex scuola di ceramica, la mostra “Tanto di cappello. La collezione di cappelli di Alfonso F. Grassi: militaria, della tradizione ed etnici”, in occasione della donazione dell’archivio dello Studio MID design/comunicazioni visive, al CASVA-Centro Alti Studi sulle Arti Visive.

La mostra, visitabile durante la Milano Design Week e aperta dal 3 al 28 aprile 2019, nasce a cura di Anty Pansera (storica del design e, allo stesso tempo, compagna nella vita e nel lavoro di Alfonso F. Grassi, scomparso nel 2014), con la presentazione di Gianni Canova.

Speciale l’allestimento, nel quale, oltre ai copricapi di Alfonso Grassi, sono protagonisti gli appendiabiti progettati dallo Studio de Pas D’Urbino Lomazzi, oggetti iconici della storia del design italiano che, in occasione della mostra, vengono utilizzati nella loro funzione originaria. L’allestimento è completato da una serie di fotografie realizzate da Giovanna Dal Magro, nelle quali è protagonista Alfonso Grazzi con i suoi cappelli, come nella foto della locandina.

Alfonso F. Grassi, dalla personalità multiforme, libera, spiritosa oltre che colta, non si è espresso solo nell’ambito del design, ma ha coltivato molte passioni, da quella per i gatti a quella per gli aerei fino all’amore per il cinema e per la storia, soprattutto quella relativa alla Seconda Guerra Mondiale. Forse proprio da qui è nato il suo amore per i cappelli, soprattutto militari ma non solo, che lo ha portato a collezionarne quasi duecento.

Una raccolta variegata il cui cuore è rappresentato dai militaria: “bustine”, baschi, il cappello da alpino con la piuma, il vaira da bersagliere il chepì dell’artiglieria a cavallo con la “criniera” nera, la lucerna dei carabinieri a falde larghe, i copricapi riconducibili all’aviazione come quello, molto particolare, con le cuffie radiofoniche da volo. E ancora i tarabush degli ascari, i militari eritrei dell’Africa Orientale Italiana, nonché i fez o le tachia di feltro rosso granata con fiocco azzurro, che gli ricordavano le sue origini asmarine (Grassi era nato, nel 1943 ad Asmara, in Eritrea). Infine i caschi coloniali o elmetti tropicali, alcuni risalenti agli anni Trenta, che servivano per proteggersi dai raggi solari. Non mancano i cappelli della tradizione ed etnici, come quello degli Schützen austriaci o la berretta cardinalizia o il curioso copricapo tradizionale dei monaci ortodossi siriaci acquistato durante un viaggio in Egitto e anche i copricapi cilindrici decorati e ricamati e quelli dei sacerdoti ortodossi trovati in Etiopia. Dall’Australia era tornato con l’Akubra il cappello per il tempo libero in feltro dalla larga tesa (simile al cappello da cow boy) e quello da pioggia. Dalla Scozia aveva portato il deerstalker il cappellino da cacciatore in tweed e da Palermo la famosa coppola.

Nelle foto, alcuni dei tanti copricapi che Alfonso F. Grassi non solo collezionava, ma indossava come il basco d’inverno e, d’estate, una curiosa coppola di paglia o un Panama bianco di Borsalino, ma anche le cuffie di morbida pelle con grandi occhialoni annessi che utilizzava quando era al volante delle sue spider.

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